Dott.ssa Antonella MarottaPsicologa PsicoterapeutaSCARICA EBOOK SUL TRAUMA

Nessun genitore fa del male intenzionalmente. La maggior parte delle azioni che feriscono profondamente un bambino nascono da convinzioni educative tramandate, da stanchezza, da paura di “viziare”, o dal tentativo sincero di insegnare a stare al mondo. Eppure, alcune risposte quotidiane, se ripetute nel tempo, possono creare nel bambino un messaggio silenzioso ma potente: “Per essere amato devo smettere di sentire, di chiedere, di essere me stesso.” Quando il legame – da cui dipende la sopravvivenza emotiva del bambino – viene percepito come incerto, il sistema nervoso si organizza per proteggerlo. È lì che nascono i canali difensivi dell’infanzia: iper-adattamento, evitamento/dissociazione, oppositività.

  1. Non rispondere con contatto e presenza durante i “capricci”

“Se lo prendo in braccio poi non impara.” “Deve calmarsi da solo.” Per il cervello di un bambino, però, un’esplosione emotiva non è un comportamento da correggere, ma uno stato di sovraccarico da regolare insieme. Quando il bisogno di vicinanza viene sistematicamente negato proprio nel momento della fragilità, il messaggio implicito è: “Quando sto male, perdo il legame.” A livello neurologico questo attiva sistemi di allarme cronici. Col tempo, il bambino può:

  • diventare iper-adattato, imparando a non disturbare
  • oppure oppositivo, amplificando l’emozione per non scomparire
  • oppure dissociarsi, spegnendo il sentire
  1. Rimproverare o ignorare gli stati emotivi

“Non è successo niente.” “Non piangere per sciocchezze.” “Sei esagerato.” Quando un’emozione viene sminuita, il bambino non impara a regolarla: impara a dubitare di sé. Il suo sistema nervoso resta solo davanti a un’attivazione che non sa contenere. Molti adulti che incontro oggi riconoscono questo vissuto: “So cosa dovrei provare, ma non sento davvero.” “Mi sento sbagliato quando ho bisogno.” Qui nasce spesso l’evitamento emotivo o la dissociazione: una difesa elegante, silenziosa, ma molto costosa in termini di energia vitale.

  1. Punire sottraendo ciò che è necessario alla crescita

Silenzio, isolamento, ritiro dell’affetto, minacce di separazione. Per un bambino, perdere il contatto emotivo non è una punizione: è una minaccia di sopravvivenza. Il sistema nervoso non registra una “lezione educativa”, ma un pericolo. Ripetuto nel tempo, questo crea:

  • iper-controllo di sé
  • paura di sbagliare
  • organizzazioni oppositive rigide o, al contrario, sottomissione totale

Difese che nascono per salvare il legame, ma che sottraggono spazio alla costruzione dell’identità.

  1. Chiedere al bambino di “capire” l’adulto

“Mamma è stanca.” “Papà è nervoso, non fare così.” Quando il bambino diventa responsabile della stabilità emotiva dell’adulto, avviene un’inversione silenziosa dei ruoli. Lui impara che il legame si mantiene rinunciando ai propri bisogni. Qui nasce l’iper-adattamento: bambini “bravi”, adulti esausti. Persone che funzionano benissimo, ma sentono poco. Che tengono tutto insieme, ma a costo di sé.

  1. Premiare la prestazione invece della relazione

“Se fai il bravo ti voglio bene.” “Guarda come sei bravo quando non piangi.” Il bambino impara che l’amore è condizionato. Il sistema nervoso resta in uno stato di vigilanza: devo meritarmi il legame. Nel tempo questo può strutturare:

  • perfezionismo
  • oppositività come tentativo di affermare un sé
  • dissociazione come unica via di tregua

Cosa accade dentro il bambino

Queste azioni, apparentemente innocue, ripetute quotidianamente, costruiscono insicurezza neurologica. Il bambino non smette di cercare il legame: lo protegge. Ma per farlo consuma energie enormi. E quelle energie non vanno più:

  • all’esplorazione
  • al gioco
  • alla costruzione identitaria

Vanno alla difesa.


Nel mio lavoro clinico

Quando lavoro con adulti che portano queste organizzazioni difensive, non cerco “errori educativi”. Cerco strategie di sopravvivenza intelligenti, nate in un contesto in cui il legame non era sempre sicuro. Il percorso non è “cambiare comportamento”, ma:

  • restituire sicurezza al sistema nervoso
  • dare senso a difese che hanno avuto una funzione
  • riaprire, gradualmente, spazi evolutivi rimasti congelati

Molti si riconoscono quando scoprono che: “Non ero sbagliato. Stavo solo proteggendo il legame.” E da lì può iniziare qualcosa di diverso. Non per cancellare il passato, ma per smettere di viverlo nel presente.


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